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Lampi di cultura

Cuba, 15 sec., Bartolomé de Las Casas

da Bartolomé de Las Casas, Brevissima relazione della distruzione delle Indie, Siviglia, 1552

 

Dell’isola di Cuba

Nell’anno 1511 gli spagnoli entrarono nell’isola di Cuba - che s’estende in lunghezza, come ho già detto, per un tratto eguale alla distanza tra Valladolid e Roma. Vi trovarono grandi e popolose province, dove cominciarono e finirono le loro opere nei modi ormai noti, anzi, con molta più crudeltà. Ma accaddero qui cose degne d’essere ricordate. Un cacicco, signore di grande importanza, che aveva nome Hatuey, era passato dall’isola Spagnola a Cuba con molte delle sue genti per trovar scampo dalle calamità e dalle azioni disumane dei cristiani. E qui un giorno certi indiani lo informarono che gli spagnoli stavan giungendo anche a Cuba. Egli riunì allora i suoi in gran numero, sì che quasi nessuno ne mancava, e disse loro: «Saprete già come corra voce che stian venendo i cristiani, e non sarete certo all’oscuro di quel che han fatto ai signori tale e tale e tale; ebbene, quella gente di Haiti (che è l’isola Spagnola) ha ora in mente di venir qua per continuare a condursi nella medesima maniera con noi. E sapete perché lo fanno?». Risposero: «No, ma sappiamo che sono di natura crudele e malvagia». E lui riprende: «Non è solo per questo, ma anche perché v’è un dio che amano molto e che adorano; ed è per averlo da noi onde adorarlo che si dan tanta briga per sottometterci e ci uccidono». Aveva presso di sé un piccolo canestro pieno di gioielli d’oro e disse: «Ecco qui il dio dei cristiani. Festeggiamolo, se volete, con degli areito (che sono balli e danze): chissà che in questo modo non lo si contenti, sì che ordini ai cristiani di non farci del male». Tutti risposero in un sol grido: «E giusto, è così». Danzarono davanti all’oro fino a esserne stanchi. Dopo di che il signore Hatuey disse: «Ora ascoltate. Comunque vadano le cose, se ce lo teniamo finiranno coll’ammazzarci per portarcelo via: gettiamolo nel fiume». Furono tutti dell’avviso che così si facesse sicché buttarono il canestro in un gran fiume che scorreva lì appresso.

Questo cacicco e signore andò sempre fuggendo dai cristiani dacché questi giunsero all’isola di Cuba, perché li conosceva bene, e teneva loro testa quando li incontrava: ma alla fine lo catturarono. E solo perché fuggiva da gente tanto iniqua e crudele, e perché si difendeva da chi voleva ammazzarlo e angariarlo a morte con tutta la sua gente e la sua discendenza, lo bruciarono vivo. Legato già al palo, un frate di San Francesco, sant’uomo che viveva in quella contrada, gli andava dicendo nel brevissimo tratto concesso dai carnefici certe cose di Dio e della nostra fede, di cui egli non aveva mai inteso parlare. Aggiunse infine che se avesse voluto credere a quello che gli diceva sarebbe andato in cielo, dov’è gloria ed eterno riposo: ma che se non l’avesse fatto gli sarebbe toccato di andare all’inferno a patire eterni tormenti e supplizi. Quel signore, dopo avere un poco pensato, domandò al frate se in cielo andavano anche i cristiani. Il francescano gli disse che sì, certo, quelli buoni vi andavano. Rispose subito il cacicco, senza più esitare, ch’egli non voleva andarci, che voleva andare piuttosto all’inferno che ritrovarsi con coloro e vedere ancora gente tanto trista e crudele. Tali sono la fama e l’onore che han guadagnato Dio e la nostra santa fede grazie ai cristiani nelle Indie.

 

Una volta gli indiani ci erano venuti incontro a dieci leghe da un grosso villaggio: e lì ci offrirono pesce, pane e cibi in gran copia, con altre cose ancora, tutto quel che potevano. D’improvviso ai cristiani entrò il diavolo in corpo e, in mia presenza, si diedero a passare a fil di spada, senza alcuna causa né ragione, tutte quelle creature che s’erano sedute intorno a noi, uomini, donne e bambini. Assistetti in quell’occasione ad atti di crudeltà tanto grandi che mai furono visti né immaginati dai viventi.

Un’altra volta, pochi giorni innanzi, avevo mandato messaggi a tutti i signori della provincia dell’Avana con l’intento di rassicurarli, poiché l’intera contrada era ancora sbigottita da recenti violenze. Quei signori avevano avuto notizia della mia buona fede, e io li pregavo di non aver timore, di non darsi alla fuga ma di venirci incontro, ché non avremmo fatto loro alcun male. Questo io feci in accordo con il capitano. Giunti che fummo nella provincia, vennero a riceverci ventun signori e cacicchi, e subito il capitano li fece prigioni, violando così le garanzie che io avevo appena dato. Li voleva ardere vivi il giorno appresso e assicurava che sarebbe stata cosa opportuna, perché prima o poi quei signori qualche misfatto l’avrebbero pur commesso. Fu per me ardua impresa salvarli dal rogo, ma infine vi riuscii e poterono scamparne.

Quando gli indiani di quest’isola si videro precipitati nella stessa servitù e nello stesso calamitoso stato di quelli della Spagnola, quando si videro morire e andare a perdizione tutti, senza più rimedio, presero a fuggire nelle foreste e a impiccarsi per la disperazione. S’impiccavano insieme gli uomini e le lor donne, dopo aver prima impiccato i figli loro. Per le crudeltà d’uno spagnolo quant’altri mai tiranno (io l’ho conosciuto) s’appiccarono più di duecento persone. Perirono a questa maniera genti in numero infinito.

Vi fu in quest’isola un ufficiale del re cui erano stati assegnati in ripartizione trecento indiani: e in capo a tre mesi ne aveva già fatti morire duecentosettanta ai lavori delle miniere: non gliene restarono che trenta, la decima parte. Gliene ridiedero allora altrettanti, o forse più, e anche questi li ammazzò. Tanti gliene davano e tanti ne faceva perire, finché egli stesso non morì e il diavolo si portò via l’anima sua.

In tre o quattro mesi morirono di fame, abbandonati dai padri e dalle madri che venivan trascinati nelle miniere, più di settemila bambini. Io l’ho visto. E altre cose ancora vidi, spaventevoli.

Poi decisero di andare a dar la caccia agli indiani che s’erano rifugiati nelle foreste. E commisero stragi inenarrabili, sì da lasciar distrutta e spopolata l’intera isola. Non è molto che ci son passato, per quell’isola, e dà una gran pena, un grandissimo scoramento vederla tutta così desolata, ridotta a un deserto di solitudine.