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Lampi di cultura

Cuba, 19 sec., Emigrazione italiana

Sulla base di Francesco Tamburini, La colonia italiana a Cuba (1884-1902), in Africana, Milano, 1999

Quando inizia l’imponente movimento migratorio dall’Italia alle Americhe, Cuba stava attraversando un momento difficilissimo. La prima guerra d’indipendenza (1868-1878) e la successiva Guerra chiquita (1879-1880), avevano messo in ginocchio l’economia coloniale basata sulla produzione della canna da zucchero e del tabacco. Cuba apparteneva ancora alla Spagna ma alcune istanze degli indipendentisti erano state accolte nel Patto di Zanjón. Venne attuata una graduale abolizione della schiavitù ma con l’impegno che i quasi 200.000 schiavi ‘liberati’ continuassero a lavorare nelle stesse aziende a salari, sovente, poco più che irrisori. Una massa di lavoratori allo sbando e senza protezioni andava così a gravare su una società segnata da disoccupazione, banditismo e malattie endemiche mortali (febbre gialla). Da parte sua Madrid cercava di favorire l’immigrazione nell’isola dei soli peninsulares spagnoli a discapito dell’immigrazione straniera, nel tentativo anche di contrastare l’indipendentismo cubano. Un ritratto desolante quindi, che avrebbe scoraggiato chiunque avesse voluto tentare la fortuna emigrando a Cuba. Ma, nonostante ciò, visse e si sviluppò nell’isola una piccola comunità di italiani, o per meglio dire una colonia, usando il termine impiegato all’epoca per descrivere i nuclei di italiani emigrati all’estero. Si trattò di una emigrazione sporadica che si amalgamò per lo più con la popolazione locale sino a perdere la propria identità nazionale. Più spesso i lavoratori italiani venivano assunti negli Stati Uniti del Sud con l’impegno che al termine del contratto sarebbero rientrati negli USA. In questa situazione molti italiani rinunciarono a stabilirsi sull’isola e rientrarono negli USA o in Italia.

Abbiamo una descrizione delle loro condizioni in un rapporto di qualche anno più tardi, fatta dal console a L’Avana, il conte Mario Compagnoni Marefoschi (1895)

“Nel registro dei nazionali di quest’ufficio si trovano inscritti più di tremila italiani. Questa cifra però è esagerata a causa delle morti, delle partenze e della mancanza di nuovi arrivi negli ultimi anni. Gli italiani tutt’ora residenti in Cuba debbono essere tra i 1500 e i 2000, con tendenza a diminuire, viste le partenze di ogni giorno per gli Stati Uniti e per l’Italia. Le occupazioni principali cui si danno i nostri connazionali sono quelle di piccoli industriali e di venditori ambulanti. Vi è pure qualche casa importatrice. Non mancano artieri, operai, impiegati e commessi. Pochi sono i contadini che si dedicano alla coltura della terra; però una certa quantità ne viene impiegata nelle piantagioni della canna da zucchero durante l’epoca del raccolto, in qualità di addetti alle macchine, sorveglianti, conduttori, facchini”.