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Cuba, 19 sec., Cultura di migranti

Cuba: cultura di migranti

 Tra il 1750 e il 1900 giunsero in Cuba migrati dall’Europa, dall’Africa e dall’Asia. La consuetudine prevalente descriveva quelli dall’Europa e dall’Asia come bianchi e quelli che venivano dall’Africa come neri. Ma fino al 1886 Cuba era una società schiavista organizzata per razza, colore, classe e condizione che non rientrava nella semplificata contrapposizione di colore, bianco o nero.
Pertanto, in quanto società ospitante complessa, Cuba offrì un’accoglienza agli immigrati varia e incoerente. Ciò non sorprende poiché le società di schiavi hanno spesso ogni sorta di contraddizioni e sviluppano facilmente un’ironia estesa.

Caste, classi, privilegi ed obblighi non avevano né coerenza né logica. A complicare le cose, Cuba entrò a far parte delle società di schiavi dei Caraibi quando il sistema aveva già iniziato a disintegrarsi, creando opportunità significative. L’era delle rivoluzioni fu sia un periodo di cambiamento politico che di crescente coscienza sociale. La rivoluzione haitiana provocò una crescente paura degli africani, ridotti in schiavitù o liberi, in tutte le Americhe. Ma senza schiavi non ci sarebbe stato alcun progresso economico.

La proporzione relativamente ampia di bianchi a Cuba prima del 1750, quando iniziò a essere inondata dalle rivoluzioni dello zucchero del diciannovesimo secolo, stabilì una sorta di modello sociale resistente che poteva essere piegato ma non rotto durante il periodo dell’immigrazione di massa dei lavoratori. Gli europei in arrivo, gli africani e gli asiatici si fondevano con la società ospitante prevalente, alterandola per alcuni aspetti ma mai tanto da eliminare i costumi e le usanze coloniali spagnole di base che avevano acquisito una permanenza accettabile nel corso dei secoli. Ancora più importante - sebbene non esclusivo di Cuba - l’inadeguatezza di ciascun gruppo a stabilire un insieme organico e completamente isolato alimentò un certo grado di tolleranza per i non familiari e sconosciuti.

D’altronde gli abitanti dell’isola godevano di circostanze insolite. Grazie al suo grande porto, L’Avana era nei secoli diventata una città grande e complessa: nel XVIII sec. era la terza città più grande delle Americhe. Molti degli uomini di stanza nelle fortezze intorno alla città scelsero di rimanere a Cuba dopo il servizio militare. Inoltre, il flusso costante di immigrati civili, aumentò la popolazione bianca locale, per nulla omogenea. Oltre alle divisioni di ricchezza e prestigio sociale, i bianchi erano nettamente divisi tra quelli nati in Spagna, e quelli nati all’estero. E ancora: i bianchi vivevano a fianco dei non bianchi a Cuba dal 1511. L’Avana era una città diversificata, con una parte della popolazione nata dall’incrocio tra bianchi, per lo più maschi, con donne non bianche, sia libere che ridotte in schiavitù. In breve: una società nuova, frutto di molteplici migrazioni, nessuna delle quali sufficientemente forte da assorbire le altre.