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Lampi di cultura

Cuba, 19 sec., José Marti

Da Saverio Tutino, L’Ottobre Cubano, Einaudi, Torino, 1968

José Marti è una delle figure più suggestive di quel mondo che oggi è uno dei protagonisti essenziali della storia dell’umanità: il mondo rimasto soggetto ad un dominio, se non altro economico, esterno ed economicamente arretrato rispetto al complesso delle nazioni che si sono industrializzate tra la seconda metà del diciannovesimo e la prima del ventesimo secolo. Marti — dicono i rivoluzionari cubani - ha affondato le radici del suo pensiero e della sua azione nei principi della Rivoluzione francese; ma si è anche proiettato al di là dei confini dell’epoca in cui in Europa si formarono e consolidarono le nazioni borghesi. Marti anticipò, con la sua battaglia politica, la resistenza all’espansione degli Stati Uniti nel centro-sud del continente. Fu un precursore di quel nazionalismo che più tardi troverà in uomini come Sun Yat-sen e Gandhi i suoi maggiori esponenti. In nome di quella che egli chiamò nuestra America mestica («la nostra America meticcia») e alla quale dedicò la sua opera maestra, José Marti aveva deciso di dare la vita (così egli scrisse poco prima di morire a Manuel Mercado) per una causa continentale, non solo «nazionale» in senso ristretto: «... per il mio paese e per il mio dovere... di impedire in tempo, con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano nelle Antille e quindi, con questa accresciuta forza, caschino addosso alle nostre terre di America. Quanto ho fatto finora e quanto farò è per questo. Ho dovuto farlo in silenzio e quasi indirettamente, perché vi sono cose che per ottenerle devono restare nascoste, in quanto se venissero proclamate ai quattro venti, così come sono, farebbero sorgere difficoltà troppo aspre per poterle poi superare e raggiungere lo scopo».

Che non fosse un proposito irreale, quello di legare l’indipendenza di Cuba a un disegno di resistenza antimperialista per tutto il continente, lo dimostrò la reazione degli Stati Uniti. José Marti cadde quasi subito: a Dos Rios, durante uno dei primi scontri con gli spagnoli, mentre cavalcava un poco discosto dai compagni, venne ferito a morte. Gli spagnoli decapitarono il cadavere. La guerra proseguì e a poco a poco la tattica degli insorti, che era di ritirarsi e ritornare all’attacco, ogni volta più forti di prima, dimostrò che questo metodo di lotta non avrebbe mai potuto essere militarmente sconfitto dall’esercito occupante. Come una moderna guerriglia di liberazione, la sua durata era garanzia di affermazione politica e di radicalizzazione degli obiettivi. Cosi, gli americani si impensierirono: in quella lotta si stava davvero formando una nazione indipendente.

 Nel 1880, anche gli schiavi cubani erano stati finalmente liberati. Molti di essi si arruolavano nelle file dell’esercito di liberazione con la promessa che avrebbero avuto le terre dello stato, dopo la vittoria. Si costituiva a poco a poco un tessuto economico-sociale unitario, premessa di una futura entità nazionale. I negri erano uguali ai bianchi. Negli Stati Uniti si cominciò a diffondere un clima artificiale di interventismo. Bisognava trovare un pretesto per dichiarare la guerra alla Spagna. Il 15 febbraio 1898, la corazzata americana Maine esplose nella baia dell’Avana. Morirono 267 marinai. Fu il segnale per lo scatenamento di una isterica campagna bellicista. Il 19 aprile il Congresso votò una risoluzione in cui si proclamava: «Cuba deve essere libera e sovrana». Il 22 aprile gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Spagna. Sbarcarono i marines. Lenin, più tardi, scrisse che la guerra fra Stati Uniti e Spagna per il possesso di Cuba aveva segnato la soglia dell’epoca dell’imperialismo. Marti aveva visto giusto.

Fu una guerra brevissima, dall’esito scontato. Terminò in pochi mesi e nel 1899, in seguito al trattato di Parigi, il governo dell’isola passò nelle mani degli Stati Uniti. Nel 1901, mentre i cubani stavano elaborando la loro prima Costituzione di paese sovrano, il Senato degli Stati Uniti votò un piccolo emendamento a una legge per il bilancio militare: l’emendamento Platt. Minacciati di essere sottoposti indefinitamente all’occupazione militare delle forze statunitensi, i cubani furono costretti a inserire quell’emendamento nella loro Costituzione. L’emendamento Platt prevedeva la cessione agli Usa di basi militari in territorio cubano; il divieto per Cuba di firmare trattati o di contrarre prestiti senza previo consenso degli Stati Uniti; diritto, infine, per gli Stati Uniti, di intervenire con le proprie forze armate a Cuba ogni volta che questo si rendesse necessario per proteggere «le vite, le proprietà o le libertà individuali».

Durante i primi vent’anni di repubblica, dopo l’emendamento Platt, Cuba passò attraverso una serie quasi inin-terrotta di umiliazioni. Ogni passo unitario, ogni gesto che potesse consolidare il processo di emancipazione e di sviluppo nazionale indipendente veniva frustrato dalla reazione degli Stati Uniti. A poco a poco la borghesia cubana si arrendeva e si faceva complice. La coscienza nazionale, alimentata dalla consapevolezza della vittoria sulla Spagna e materializzatasi in un primo momento nelle nuove piccole proprietà di terre acquistate dagli ex combattenti dell’Ejercito libertador, venne irrisa e calpestata prima dai governatori Usa, poi dalla stessa borghesia cubana. Proposte di legge a favore della piccola proprietà furono semplicemente respinte dal governatore Wood.

I capitalisti americani proseguirono la conquista dell’isola. Il presidente della United Fruit poté comprare settantacinque ettari di terra nella zona orientale di Cuba a meno di mezzo dollaro per ettaro. Così sorgevano i moderni feudi dell’era industriale. Le terre tutto intorno agli zuccherifici aumentavano di prezzo e le piccole proprietà venivano inghiottite. Spariva la base sociale di un’ipotetica nazione cubana fondata su un’economia agricolo-industriale (le industrie erano gli zuccherifici) e sostenuta da un capitalismo autoctono in fase di sviluppo. Con il trionfo del latifondo, spariva sul nascere la stessa nazione cubana: gli zuccherifici e i grandi allevamenti di bestiame potevano svilupparsi solo con investimenti solidi, dunque statunitensi.