Lampi di cultura

Cuba, 20 sec., La crisi dei missili e conseguenze (1962)

da Mario Del Pero, Libertà e impero - Gli Stati Uniti e il mondo (1776-2006), Bari, Laterza, 2008

 Il fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci pose il problema di proteggere l’alleato cubano, possibilmente sfruttando Cuba per controbilanciare i missili che gli USA avevano installato in Italia e nel Caucaso e che potevano raggiungere le città russe. Queste e altre considerazioni, la richiesta di una maggiore protezione da parte di Castro, portarono i dirigenti comunisti dell’URSS alla decisione di portare a Cuba missili IRBM e MRBM in grado di tenere sotto tiro gran parte del territorio Usa. La costruzione, iniziata nell’estate del 1962, divenne evidente agli americani nell’ottobre del 1962.

 Dopo lunghe discussioni, si optò invece per la strada del blocco navale, sostenuta dal sottosegretario di Stato, G. Ball, dal segretario della Difesa, Robert McNamara e dal ministro della Giustizia, Robert Kennedy, fratello del presidente. L’uso della forza, nella forma dell’invasione o del bombardamento, rimase come opzione alternativa, qualora l’embargo fosse fallito.

Kennedy informò il paese della situazione con un discorso alla televisione. La «trasformazione di Cuba in un’importante base strategica» causata dalla «presenza di armi di distruzione di massa [...] chiaramente offensive» - affermò il presidente - costituiva «un’esplicita minaccia alla pace e alla sicurezza di tutte le Americhe». L’installazione di «missili comunisti in un’area nota per la sua relazione storica e speciale con gli Stati Uniti e con le nazioni dell’emisfero occidentale» rappresentava un «mutamento provocatorio e ingiustificato dello status quo» che non poteva essere accettato dagli Stati Uniti. «Gli anni Trenta», affermò Kennedy, ricorrendo a quella che era ormai l’analogia classica dell’internazionalismo statunitense, «ci hanno insegnato una lezione chiara: i comportamenti aggressivi, laddove non controllati e non contrastati, portano in ultima istanza alla guerra».

Dopo alcuni giorni di tensioni altissime, in cui uno scontro apparve inevitabile, Chruscèv indietreggiò. L’Urss accettò di non installare i missili. Kennedy promise pubblicamente che gli Stati Uniti non avrebbero invaso Cuba. Sottobanco, però, Robert Kennedy e l’ambasciatore sovietico a Washington, Anatolij Dobrynin, si erano accordati affinché il mancato dispiegamento dei missili sovietici fosse pareggiato dalla rimozione dei missili Jupiter presenti in Turchia.

Sia Washington sia Mosca giungevano a una soluzione sacrificando i propri alleati, Cuba e Turchia, che in modi diversi esprimeranno risentimento e contrarietà per le decisioni delle due superpotenze. Era questa una delle lezioni, e delle contraddizioni, più evidenti della crisi dei missili cubani. Essa rivelava due radicali novità imposte dalle armi nucleari al sistema delle relazioni internazionali.

 La prima era rappresentata dalla trasformazione stessa della natura della guerra. Fino ad allora strumento moderno al servizio della politica, le armi avevano maturato una tale capacità distruttiva da sottrarsi al controllo della politica medesima. Se una guerra nucleare continuava a essere immaginabile e pianificabile - negli USA come in URSS -, essa cessava progressivamente di essere un’opzione politica praticabile. Ne conseguiva una completa trasmutazione del significato stesso della tecnologia bellica più avanzata e sofisticata, e di quella missilistica in particolare. Essa andava migliorata e potenziata, in una corsa al riarmo che si sarebbe solo intensificata negli anni successivi. Ma andava potenziata e migliorata in funzione non del suo utilizzo, ma del suo non uso. Le armi atomiche servivano per non essere utilizzate. Per garantire una pace tra le due superpotenze fondata sulla deterrenza, ossia sulla certezza della distruzione reciproca in caso di guerra.

Era questo il secondo, fondamentale elemento di novità prodotto ed evidenziato dalla crisi. Il nucleare creava un elemento di comunanza basilare e ineludibile tra i due antagonisti della Guerra Fredda. Li legava in una forma d’interdipendenza strategica strettissima e li distingueva - in termini di potenza, ma a questo punto anche d’interessi - dagli altri soggetti del sistema internazionale. L’atomica generava un comune denominatore tra Stati Uniti e Unione Sovietica al quale nessuno dei due poteva sottrarsi. Per entrambi, la sicurezza dipendeva dai comportamenti della controparte, a sua volta potenzialmente reattivi ai propri, in una circolarità che non aveva mai fine.

 Erano questi i grandi paradossi che la crisi dei missili cubani, e le modalità con le quali era stata risolta, avevano ben mostrato. La guerra non costituiva più un’opzione praticabile, ancorché drammatica, di risoluzione degli antagonismi tra le grandi potenze del sistema. Il rischio della guerra riuniva però le due superpotenze dell’epoca bipolare in un abbraccio dal quale non ci si poteva liberare. Era anzi proprio su questo rischio che si cominciava a edificare una strategia di sicurezza interdipendente e biunivoca: una pace armata fondata non sul disarmo, ma sull’accettazione della massimizzazione del danno generale in caso di guerra e sull’effetto deterrente/dissuasivo prodotto da tale accettazione. Guerra impossibile, ma pace fondata sulla disponibilità di USA e URSS ad accogliere la possibilità della guerra stessa, preludevano all’ultimo paradosso: i due nemici assoluti della Guerra Fredda, i due grandi e antitetici universalismi del XX secolo, si trovavano in una condizione che li distingueva e, per certi aspetti, univa.