Lampi di cultura

Uzbekistan, Ferghana: storia I

Dalle origini a Alessandro Magno

Un nome, una leggenda: quella di una valle verdissima, posta ai piedi dei monti Tien shan, ultima oasi prima dei passi montani oltre i quali attende il deserto. La Fergana fu per gli occidentali questo: l’ultima oasi montana prima dei monti e dell’immenso vuoto del Taklimakan, che come il nulla separa l’Asia centrale dall’Impero cinese. Le sue strade fecero parte integrante della Via della Seta, i suoi paesaggi montani ricorrono in tutti più antichi racconti di viaggio.  

Non si creda comunque che il fascino di questa oasi esistesse solo per l'Occidente: anche per i cinesi la Fergana fu meta leggendaria. Si sapeva fin da tempi remotissimi che in questa verde valle vivessero allo stato brado cavalli la cui velocità e resistenza era assai superiore a quella del piccolo cavallo cinese. Quando finalmente nell’VIII secolo la dinastia dei Tan’g riuscì a conquistare il controllo di questa valle, i cavalli della Fergana vennero mostrati con l’orgoglio del conquistatore. Non ci fu nobile cinese che non ambisse rappresentare se stesso di fianco a uno stalliere dell’Asia centrale e al suo cavallo.  

Oggi, la Fergana è il cuore stesso dell’Uzbekistan e della sua cultura. Sebbene sia isolata e talora separata dal resto del paese è qui che pulsa la tradizione più antica del mondo uzbeko.

 

Difficile dire quando si sarebbe manifestata per la prima volta la presenza dell'uomo nella valle di Ferghana. Qualunque data si voglia proporre sappiamo però che coloro che vissero in questa valle in epoca molto antica non appartenevano al ceppo etnico uro-altaico da cui sarebbero poi discesi turchi, mongoli e kirghizi.  Ne è parziale riprova la ricca documentazione di petroglifi rintracciabile un po' ovunque nella valle e di cui il Trono di Salomone di Osh (cfr scheda) è certamente importante documentazione.

Quale che sia l'interpretazione che viene può essere data a queste incisioni esse differiscono profondamente, in termini decisivi si potrebbe dire, dalle analoghe incisioni coeve della steppa mongola e centroasiatica. Là si ha una presenza di animali cui - presumibilmente - lo sciamano si affida come veicolo indispensabile nel viaggio celeste. Qui una marcata caratterizzazione geometrica e una simmetria non priva di una certa eleganza hanno suggerito si tratti di popolazioni probabilmente intente a scrutare la volta celeste. Un certo geometrismo nella incisione lascia supporre che si sia in presenza di una cultura già molto segnata dall'esperienza agricola di cui, come noto, il geometrismo figurativo tende ad essere riflesso. Sicché l'uomo misurandosi con forze che non conosce ma che intuisce hanno un ordine potente e misterioso - quelle della natura - affida alla rappresentazione geometrica il compito di riassumere in un simbolo questa segreta presenza che anima il creato e che è ad esso superiore.