Lampi di cultura

Iran, b, I Magi I

I MAGI
Figure quasi leggendarie e misteriose, nei testi sacri i re magi sono ricordati solo in alcuni passi del Vangelo di San Matteo. Lo stesso numero di tre si desume solo dai regali presentati: oro, incenso e mirra. Tutto il resto, i nomi e le storie che si sono intrecciate intorno a queste figure derivano dai testi apocrifi e dalla leggenda. Michel Tournier, dunque, considerato il massimo scrittore vivente di lingua francese e grande conoscitore di testi classici, aveva a disposizione la massima libertà per scrivere la storia e il destino dei misteriosi re che si recarono a Betlemme seguendo la stella cometa. Un romanzo immaginario, senz’altro, ma narrato con una sensibilità che certo non mancherà di affascinare.

Baldassarre, re di Nippur
Non ringrazierò mai abbastanza per essermi incontrato a Ebron con la carovana del re Gaspare di Meroa. Rimpiango di non aver esplorato meglio l’Africa Nera e le sue civiltà che devono celare ricchezze immense. È stata ignoranza da parte mia, o mancanza di tempo, o interesse troppo esclusivo per la Grecia? Non soltanto, penso. L’uomo nero mi ripugnava perché, a dire il vero, mi poneva una domanda nella cui risposta non me la sentivo di impegnarmi. Un lungo cammino infatti mi divideva dal mio fratello africano. Questo cammino lo devo poi aver percorso senz’accorgermene, invecchiando e riflettendo, e mi portava sul ciglio di quel recinto arato della campagna di Ebron dove secondo la leggenda Javé avrebbe modellato il primo uomo… e dove mi aspettava Gaspare, re di Meroa. Il mito di Adamo, autoritratto del creatore, mi ha preoccupato sempre, perché da sempre mi pare che racchiuda verità importanti che nessuno ancora è riuscito a scalfire. Ad alta voce, alla presenza di Gaspare, mi sono abbandonato a certe divagazioni: opponevo queste due parole immagine e somiglianza – in cui finora non si è visto se non una ridondanza retorica – come una leva su un punto d’appoggio per riuscire a fratturare questa storia arcinota e strapparle il suo segreto. È allora che il mio buon negro mi ha fatto osservare quanto il colore delle terra di Ebron fosse simile a quella del suo viso, tanto da far proprio pensare a un Adamo fratello di colore dei nostri amici africani. Eccomi subito a provare questa nuova chiave – un Adamo nero – per i problemi dell’immagine e del ritratto che da sempre sono i miei problemi. Il risultato si è rivelato sorprendente e ricco di promesse.
È evidente, infatti, che rispetto al Bianco il Nero possiede una maggiore affinità con l’immagine. Basta vedere come porti meglio del Bianco gli ornamenti, le vesti di colore vivace e soprattutto i gioielli, pietre e metalli preziosi. Il Negro è più naturalmente idolo del Bianco. Idolo, ossia immagine.

Ho potuto osservare il fiorire di questa vocazione fra i compagni del re Gaspare che mettono in bella mostra gioielli e monili, e soprattutto quei gioielli e quei monili incarnati che sono i tatuaggi e le scarificazioni. Ne ho parlato con Gaspare che mi ha sorpreso trasferendo di colpo la questione in ambito morale con una semplice frase:
“Ne tengo conto quando scelgo i miei uomini,” mi ha detto.
“Un tatuato non mi ha mai tradito.”
Strana metafora che identifica tatuaggio e fedeltà!

Che cos’è un tatuaggio? È un amuleto permanente, un gioiello vivo che non si può togliere perché si è fatto consustanziale al corpo. È il corpo fattosi gioiello, che partecipa dell’inalterabile giovinezza del gioiello. Mi hanno fatto vedere, sul lato interno delle cosce di una bambina, certe cicatrici leggere in forma di losanga damata: sono “griglie” destinate a proteggere la sua verginità. Il tatuaggio è di guardia sulla soglia del suo sesso. Un corpo tatuato: più puro e più preservato di un corpo non tatuato. Quanto all’anima del tatuato, essa partecipa dell’indelebilità del tatuaggio e la traduce nel suo linguaggio proprio per trasformarlo in virtù di fedeltà. Se un tatuato non tradisce, è perché il suo corpo glielo vieta. Appartiene indefettibilmente all’impero dei segni, sigilli e segnali. La sua pelle è logos. Lo scriba e l’oratore possiedono un corpo bianco e vergine come una foglia immacolata. Dalla mano e dalla bocca proiettano segni – scrittura e parola – nello spazio e nel tempo. Ma il tatuato non parla, non scrive: è scrittura e parola. E tanto più se è negro. Questa predisposizione degli Africani a incarnare il segno nel loro stesso corpo tocca il parossismo con le scarificazioni in rilievo. Ho guardato attentamente il corpo di certi compagni di Gaspare: il segno inscritto nella loro carne raggiunge la terza dimensione. La pittura si è fatta a bassorilievo, scultura. Nella loro pelle, particolarmente spessa e bitorzoluta, essi praticano incisioni profonde, impediscono ad arte ai lembi della piaga di saldarsi e provocano la formazione di creste cheloidi che poi ancora lavorano con il fuoco, il rasoio e l’ago con l’aggiunta di coloranti – ocra gialla, henna, laterite, succo di cocomero o d’orzo verde, bianco di caolino. Arrivano talvolta a infilare nella piaga una sfera o una placca d’argilla intinta nell’olio, che resterà là per sempre dopo la cicatrizazzione. Ma io trovo più elegante quella tecnica che consiste nell’estrarre delle strisce di pelle per intrecciarle e inserirle così di nuovo nella scarificazione centrale dove la treccia s’innesterà naturalmente.

È evidente l’affinità adamica e paradisiaca di queste arti corporali. La carne non viene abbassata al rango di oggetto – oggetto da dipingere o da scolpire – ma si santifica nell’opera in cui si è trasformata. Sì, non sarei affatto sorpreso se il corpo dipinto e scolpito dei compagni di Gaspare ricordasse quello di Adamo nella sua innocenza originaria e nella sua intima relazione con il Verbo di Dio. Mentre i nostri corpi lisci, bianchi e macilenti corrispondono a quella carne pulita, umiliata e esiliata da Dio che è la nostra dopo la caduta dell’uomo…

Restammo tre giorni a Ebron. Ce ne vollero altri tre per arrivare alle porte di Gerusalemme.  


citazione tratta Michel Tournier, GASPARE MELCHIORRE E BALDASSARRE, Garzanti, Milano 2000