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Lampi di cultura

Iran, b, I Magi II

I MAGI
Figure quasi leggendarie e misteriose, nei testi sacri i re magi sono ricordati solo in alcuni passi del Vangelo di San Matteo. Lo stesso numero di tre si desume solo dai regali presentati: oro, incenso e mirra. Tutto il resto, i nomi e le storie che si sono intrecciate intorno a queste figure derivano dai testi apocrifi e dalla leggenda. Michel Tournier, dunque, considerato il massimo scrittore vivente di lingua francese e grande conoscitore di testi classici, aveva a disposizione la massima libertà per scrivere la storia e il destino dei misteriosi re che si recarono a Betlemme seguendo la stella cometa. Un romanzo immaginario, senz’altro, ma narrato con una sensibilità che certo non mancherà di affascinare.

Gaspare, re di Meroa
Sono negro, ma sono re. Forse un giorno farò scrivere sul timpano del mio palazzo questa parafrasi del canto della Sulamita: Nigra sum, sed formosa. Per un uomo, infatti, esiste bellezza maggiore della corona regale? Per me si trattava di una certezza così radicata che non ci pensavo nemmeno. Fino al giorno in cui la biondezza ha fatto irruzione nella mia vita…
Tutto è cominciato al tempo dell’ultima luna d’inverno con un avvertimento assai confuso del mio primo astrologo, Barka Mai. Un uomo onesto e scrupoloso la cui scienza m’ispira fiducia nella misura in cui lui stesso ne diffida.
Stavo fantasticando sulla terrazza del palazzo davanti al cielo notturno tutto scintillante di stelle, attraversato dai primi aliti tiepidi dell’anno. Dopo un vento di sabbia che aveva infierito otto lunghi giorni, ecco la tregua, e io gonfiavo i polmoni con la sensazione di respirare il deserto.
Un fruscìo mi avvertì che dietro di me c’era un uomo.
L’avevo riconosciuto dalla discrezione con cui si avvicinava; non poteva essere che Barka Mai.
“La pace sia con te, Barka. Che notizia mi porti?” gli domandai.
“Non so quasi niente, Sire,” mi rispose con la sua prudenza abituale, “ma quel niente non te lo devo nascondere. Un viaggiatore venuto dalle sorgenti del Nilo ci annuncia una cometa.”
“Una cometa? Spiegami, per favore, che cos’è una cometa, e che cosa significa l’apparizione di una cometa.”
“Risponderò più facilmente alla prima delle tue domande. La parola ci viene dai Greci "astro chiomato". È una stella errante che appare e dispare in cielo in modo imprevedibile, e che è composta essenzialmente da una testa che si trascina dietro la massa fluttuante di una chioma.”
“Una testa mozza che vola in aria, insomma. Continua.”
“Ahimè, Sire, raramente un’apparizione di comete è un buon augurio, benché le sciagure che annuncia siano quasi sempre gravide di promesse consolanti. Quando precede la morte di un re, ad esempio, come sapere se non celebri già l’avvento del suo giovane successore? E la vacche magre non preludono agli anni della vacche   grasse?”

Lo pregai di andare diritto al fatto senz’altre perifrasi.

“Insomma, questa cometa annunciata dal tuo viaggiatore, che cos’ha di notevole?”
“Inanzitutto viene da sud e si dirige verso nord, ma con certi salti capricciosi, soste e deviazioni da rendere molto improbabile il suo passaggio nel nostro cielo. Sarebbe un bel sollievo per il tuo popolo!”
“Si attribuiscono sovente agli astri erranti forme straordinarie, spada, corona, pugno chiuso da cui coli sangue, e che altro ancora!”
“No, quella è davvero ordinaria: una testa, ripeto, con una scia di capelli. A proposito di questi capelli, però, mi hanno riferito un’osservazione molto strana.”
“Quale?”
“Ecco, a quanto si dice sarebbero d’oro. Sì, una cometa dai capelli dorati.”
“Non direi che suoni come una minaccia.”
“Certo, certo, ma credimi, Sire,” ripeté sottovoce, “sarebbe un gran sollievo per il tuo popolo se si tenesse al largo da Meroa!”

Avevo dimenticato questi discorsi quando due settimane dopo percorrevo con il mio seguito il mercato di Baaluk, celebre per la varietà e l’origine lontana dei prodotti che vi confluiscono. Sono sempre stato curioso della cose strane e degli esseri bizzarri che la natura si è divertita a inventare. Per mio ordine è stata allestita nei miei parchi una specie di riserva zoologica dove si allevano interessanti campioni della fauna africana. Posseggo gorilla, zebre, orici, ibis sacre, pitoni di Seba, cercopitechi ridenti. I leoni e le aquile li ho scartati, troppo comuni e di un simbolismo volgare, ma aspetto un liocorno, una fenice e un drago che certi viaggiatori di passaggio mi hanno promesso e che ho pagato in anticipo per maggior sicurezza.

Quel giorno Baaluk non offriva niente di particolarmente attraente nel regno animale. Acquistai tuttavia una partita di cammelli perché, non essendomi ormai da anni allontanato da Meroa a più di due giorni di cammino, sentivo l’oscuro bisogno di una spedizione lontana, e nello stesso tempo ne presagivo l’imminenza. Comprai dunque dei cammelli montanari del Tibesti – neri, crespi, infaticabili – e portatori di Batha – enormi, pesanti, dal raso pelo nocciola chiaro, inutilizzabili in montagna a causa della loro goffaggine ma insensibili alle zanzare, alle mosche e ai tafani – e naturalmente dei corsieri sottili e svelti, color di luna, quei mehari leggeri come gazzelle, che il feroce popolo dei Garamanti, sceso dalle alture dell’Hoggar e dei Tassili, cavalca su selle scarlatte.

Ma a farci soprattutto indugiare  fu il mercato degli schiavi. Ho sempre apprezzato la diversità delle razze. Mi sembra che il genio umano approfitti, per il suo rigoglio, della varietà delle stature, dei profili e dei colori, come la poesia universale si avvantaggia della pluralità delle lingue. Senza discutere comprai una dozzina di minuscoli pigmei con il proposito di metterli ai remi della feluca reale con cui ogni autunno risalgo il Nilo, fra l’ottava e la quinta cataratta, per la caccia all’egretta. Mi ero messo sulla strada del ritorno senza prestare attenzione alle turbe silenziose e malinconiche che in catene aspettavano qualche eventuale compratore. Ma non potei vedere due macchie dorate che spiccavano nettamente in mezzo a tutte quelle teste nere: una giovane donna in coppia con un adolescente. Pelle chiara come il latte, occhi verdi come l’acqua. Si scuotevano sulle spalle una massa di capelli del più fine, del più soleggiato dei metalli.

M’incuriosiscono molto le bizzarrie della natura, l’ho detto, ma nulla mi attira veramente quanto ciò che viene dal sud. Recentemente delle carovane venute dal nord mi hanno portato certi frutti iperborei, capaci di maturare senza calore né sole, che chiamano mele, pere, albicocche. Se mi sono appassionato a vedere quelle mostruosità, assaggiandole sono stato respinto dalla loro acquosa e anemica scipitezza. Certo è meritoria la loro capacità di adattarsi  a quelle deplorevoli condizioni climatiche, ma a tavola come potrebbero gareggiare anche soltanto con il dattero più modesto?

È sulla base di analoghe considerazioni che ho spedito il mio intendente a informarsi circa le origini e il prezzo della giovane schiava. Ritornò subito. Faceva parte con suo fratello, mi disse, del materiale umano di una galera fenicia catturata da pirati massiliani. Quanto al prezzo, era maggiorato dal fatto che il mercante non intendeva assolutamente venderla senza l’adolescente.

Alzai le spalle, ordinai che si pagasse per la coppia, e dimenticai subito l’acquisto fatto. In verità mi divertivano molto di più i miei pigmei. Inoltre dovevo andare al grande mercato annuale di Nanarik dove si trovavano le spezie più intense, le marmellate più succulente, i vini più corposi, ma anche i medicamenti più efficaci, tutto ciò insomma che l’Oriente sa offrire di più inebriante in fatto di profumi, gemme, balsami e muschi. Per le diciassette donne del mio harem vi feci comprare parecchie staia di polveri cosmetiche, e per uso mio personale un cofanetto pieno di bastoncini d’incenso. Infatti mi sembra bello, quando esercito le mie funzioni ufficiali di giustizia, d’amministrazione e nel corso delle cerimonie religiose, essere circondato da incensieri da cui salgono volute di fumo aromatico. Conferisce maestà e colpisce la fantasia. L’incenso si addice alla corona, come il vento si addice al sole.


Citazione tratta da Michel Tournier, GASPARE MELCHIORRE E BALDASSARRE, Garzanti, Milano 2000