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Lampi di cultura

Iran, b, I Magi III

I MAGI
Figure quasi leggendarie e misteriose, nei testi sacri i re magi sono ricordati solo in alcuni passi del Vangelo di San Matteo. Lo stesso numero di tre si desume solo dai regali presentati: oro, incenso e mirra. Tutto il resto, i nomi e le storie che si sono intrecciate intorno a queste figure derivano dai testi apocrifi e dalla leggenda. Michel Tournier, dunque, considerato il massimo scrittore vivente di lingua francese e grande conoscitore di testi classici, aveva a disposizione la massima libertà per scrivere la storia e il destino dei misteriosi re che si recarono a Betlemme seguendo la stella cometa. Un romanzo immaginario, senz’altro, ma narrato con una sensibilità che certo non mancherà di affascinare.

  

Melchiorre, principe di Palmirena
Sono re ma sono povero. Forse la leggenda farà di me il Mago che va ad adorare il Salvatore offrendogli dell’oro. Sarebbe una sapida e amara ironia benché conforme in certo modo alla verità. Gli altri hanno un seguito, e servitori, cavalcature, tende, argenterie. È giusto. Un re non si sposta senza un degno equipaggiamento. Ma io sono solo con l’eccezione di un vecchio che non mi lascia mai. Il mio antico precettore mi accompagna dopo avermi salvato la vita, ma alla sua età ha bisogno del mio aiuto più di quanto io abbia bisogno dei suoi servizi. Siamo venuti a piedi dalle terre di Palmirena, come vagabondi, avendo per solo bagaglio un grosso fagotto che ci pencola sulla spalla. Abbiamo attraversato fiumi e foreste, deserti e steppe. Per insinuarci a Damasco ci siamo combinati con il berretto e la sacca dei venditori ambulanti. Per entrare in Gerusalemme abbiamo adottato la coppola e il bordone dei pellegrini. Perché dovevamo temere tanto gli uomini di casa nostra, sguinzagliati al nostro inseguimento, quanto i sedentari delle regioni che andavamo attraversando, ostili ai viaggiatori privi di uno statuto ben definito.

Venivamo da Palmira, detta in ebraico Tadmor, la città delle palme, la città rosa, costruita da Salomone dopo la conquista di Hamath-Zoba. È la mia città natale. È la mia città. Non mi ero portato via se non un unico oggetto ma che per me costituiva, insieme, l’attestato della mia dignità e un ricordo di famiglia: una moneta d’oro coniata con l’effige di mio padre, il re Teodeno, cucita dentro l’orlo del mio mantello. Io sono infatti il principe ereditario di Palmirena, sovrano legale dopo la morte del re sopravvenuta in circostanze quanto mai oscure.

Il re era rimasto a lungo senza figli, e il suo fratello minore, Atmar, principe di Hamath sull’Oronte, carico per parte sua di moglie figli, si considerava suo erede presunto. Questo è almeno quanto dedussi dalla violenta ostilità che mi manifestò sempre. La mia nascita era stato un duro colpo per la sua ambizione, infatti. Non riuscì davvero mai a consolarsi di quello scherzo del destino. Mio padre aveva conosciuto e amato una povera beduina durante una delle sue spedizioni sulla riva orientale dell’Eufrate. Quando seppe che sarebbe stata madre, la notizia lo riempì di sorpresa e di gioia. Ripudiò subito la regina Euforbia e mise sul trono la nuova venuta, che si adattò con innata dignità a quel brusco passaggio dalla tenda dei nomadi al palazzo di Palmira. Ho saputo in seguito che mio zio aveva espresso sulla mia origine certi dubbi offensivi tanto per mio padre quanto per mia madre. Ne era risultata una rottura fra i due fratelli. Tuttavia Atmar aveva cozzato in un rifiuto più tardi, quando aveva fatto dei tentativi per convincere la regina Euforbia a raggiungere Hamath dove, diceva, avrebbe messo un palazzo a sua disposizione. Sperava certo di trovare in lei una naturale alleata e di raccogliere dalle sue labbra confidenze da usare contro il fratello. L’antica sovrana si ritirò con dignità irreprensibile, e chiuse risolutamente la porta in faccia agli intriganti. Perché l’andirivieni delle spie, dei cospiratori e dei semplici opportunisti non cessò mai fra Hamath e Palmira. Mio padre lo sapeva. Dopo un incidente di caccia quanto mai sospetto che rischiò di costarmi la vita a quattordici anni, s’indusse a farmi sorvegliare strettamente. Della sua stessa vita si preoccupava assai meno. Evidentemente aveva torto. Ma noi non sapremo mai se il vino di Riblah – quella coppa piena a metà gli sfuggì di mano mentre si accasciava come colpito in pieno cuore – fosse in qualche modo responsabile della sua morte improvvisa. Quando giunsi sul posto, il liquido sparso in terra non poteva più essere raccolto, e l’anfora da cui proveniva, stranamente era vuota. Ma subito certi uomini della corte che io avevo creduto leali e ligi alla corona, o staccati dagli affari e indifferenti agli onori, lasciarono cadere la maschera e si mostrarono ardenti partigiani del principe Atmar, quindi avversari della mia salita al trono.

Per i funerali di mio padre avevo dato gli ordini che l’evento imponeva. Il dolore e le disposizioni da prendere mi avevano esaurito. Il giorno seguente dovevo essere presentato in gran pompa ai venti membri del Consiglio della corona per essere ufficialmente confermato nell’imminente nomina alla successione di mio padre. Mi stavo prendendo un po’ di riposo quando, alle prime luci dell’alba, il mio antico precettore Baktiar, che fu sempre per me un secondo padre, si fece introdurre e mi avvertì che dovevo alzarmi e fuggire senza un attimo d’indugio. Ciò che mi disse sfidava la più nera fantasia. La regina, mia madre, era stata rapita. Si accanivano a farle firmare false confessioni secondo cui io sarei stato il prodotto di certi suoi amori paralleli con un nomade della sua tribù. I congiurati minacciavano di uccidermi se lei avesse rifiutato di confermare simili infamie. Indubbiamente il Consiglio, i cui membri erano stati comprati per due terzi, avrebbero proclamato la mia decadenza e dato la corona a mio zio. Soltanto la mia fuga poteva spezzare l’alternativa imposta alla regina. I congiurati sarebbero stati costretti a liberarla, e io sarei stato salvo, benché ridotto alla più estrema povertà, senza nemmeno più il diritto di portare il mio nome.

Eccoci dunque in fuga attraverso i sotterranei che collegano il palazzo alla necropoli. Quasi mio malgrado ho potuto salutare al passaggio i miei antenati e raccogliermi davanti alla cripta preparata per mio padre secondo gli ordini che io stesso avevo impartito qualche ora prima. Per ingannare i nostri inseguitori abbiamo preso la direzione apparentemente meno logica. Invece di fuggire verso est, in direzione dell’Assiria dove avremmo potuto trovare asilo – ma non avevamo alcuna possibilità di arrivare all’Eufrate prima di essere raggiunti – ci siamo diretti a occidente, in direzione di Hamath, la città del mio peggior nemico. Due giorni dopo ebbi così occasione, accovacciato tra i detriti rocciosi, di veder passare la cavalcata di mio zio Atmar verso Palmira. Non aveva dunque nemmeno aspettato, per mettersi in cammino, di conoscere la decisione del Consiglio, tanto ne era sicuro in anticipo. Questa precipitazione mi dava la misura del tradimento di cui ero vittima.

Si viveva di mendicità, e se questa terribile prova in certo senso mi ha arricchito, è innanzitutto perché mi ha fatto conoscere il mio stesso popolo sotto un aspetto diametralmente opposto a quello sotto il quale fino a quel momento l’avevo intravisto. Ero stato talvolta presente a distribuzioni di viveri ai diseredati di Palmira. Con l’incoscienza della mia età assumevo con leggerezza quel ruolo apparentemente lusinghiero e facile del benefattore generoso che a piene mani si china sulla miseria dei reietti. Ed ecco che, diventato mendicante, ero io ormai a bussare alle porte e a tendere la mia berretta ai passanti. Stupenda e fruttuosa inversione! All’inizio non potevo staccarmi dalla mente l’idea dell’atroce ingiustizia di cui ero stato vittima, non riuscivo a dimenticare che il ricco che io imploravo per mangiare era per diritto un mio suddito, e che io avevo in linea di principio il potere di spedirlo in una miniera con il semplice schiocco delle dita o di fargli rotolare la testa nella segatura. Ora, di questi neri pensieri che andavo rimuginando qualcosa doveva trasparire sul mio viso. Certuni, che il disprezzo rendeva distratti, mi davano qualcosa o mi scacciavano senza nemmeno un’occhiata. Altri, respinti dal mio aspetto, mi scostavano in silenzio o con una parola di rimprovero: “Hai un’aria piuttosto fiera per un mendicante,” oppure: “Non do niente ai cani che mordono.” Talvolta mi capitava anche di sentire un consigli quanto mai cinico: “Forte come sei, prova a prendere in vece di elemosinare! ” oppure “Alla tua età e con quegli occhi ti vedrei meglio buttato all’avventura anziché alla porta dei templi! ” Capii che la regalità che si allea alla miseria produce indubbiamente un bandito piuttosto che un mendicante, ma re-bandito-mendicante hanno in comune di situarsi ai margini dell’ordinario commercio degli uomini e di non acquisire nulla tramite scambio o lavoro. Simili riflessioni, unendosi al ricordo del recente colpo di Stato di cui ero stato vittima, mi facevano scoprire la precarietà di queste tre condizioni suggerendomi che forse un giorno si dovrà instaurare un ordine sociale che non lasci più posto né a un re, né a un bandito, né a un mendicante.

citazione tratta da Michel Tournier, GASPARE MELCHIORRE E BALDASSARRE, Garzanti, Milano 2000