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Israele, Ur patria di Abramo

Una mattina del 1929 i quotidiani inglesi uscirono con una singolare notizia, accompagnata da un’immagine. La didascalia diceva: “Casa del tempo di Abramo”. La notizia era stata diffusa da ambienti scientifici perché Sir Charles Leonard Woolley era convinto di aver disseppellito la città che era stata la patria di Abramo, Ur.
L’identificazione di Ur, città-stato  sull’Eufrate, culla della civiltà sumera, con la “Ur dei Caldei” citata più volte nella Bibbia come patria originaria del patriarca biblico, pone ancora oggi numerosi problemi e non si può dire universalmente accettata.

Le prime tracce del luogo risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, quando Taylor, un archeologo inglese, spedì a Londra un rotolo di iscrizioni rivenute a Ur, dalle quali si apprese, una volta decifrate, che il re Nabonid di Babilonia, vissuto nel VI secolo a.C., voleva restaurare la ziggurat di Ur,  eretta da Ur-Nammu e ormai caduta in rovina. Successivamente, durante gli scavi della grande ziggurat, venne fuori proprio il nome di Ur-Nammu, che confermava le parole di Nabonid.

Dall’altra parte il testo biblico riporta chiaramente:  “E Terah prese Abramo, suo figliuolo, e Lot, figliuolo di Haran, cioè figliuolo del suo figliuolo, e Sarai sua nuora, moglie di Abramo suo figliuolo, e uscirono insieme da Ur de’ Caldei per andare nel paese di Canaan…”.
Ur quindi doveva essere stata la città dove, nel II millennio a.C. visse Abramo e la sua famiglia, e Leonard Woolley, l’archeologo inglese che effettuò dodici campagne di scavo in questa città sumera, dal 1922 al 1934, ne era fermamente convinto.  

Woolley cercò di dimostrare la fondatezza delle sue affermazioni partendo dal presupposto che se nell’Antico Testamento era più volte menzionata Ur come la città da cui Abramo proveniva, e se Ur corrispondeva alla città da lui scavata e studiata, ci doveva essere un legame fra le due. Nonostante la mancanza di documenti scritti che attestassero la presenza di Abramo a Ur fosse la causa di tanto scetticismo da parte degli studiosi, per Woolley non rappresentava una confutazione della sua teoria.  

La storia di Abramo faceva parte di una tradizione orale, e sebbene molti passi dell’Antico Testamento avessero una fonte scritta, non per tutti era plausibile una simile ipotesi. L’importanza della tradizione orale confluita nei libri di Mosè, eredità dei primi Ebrei della storia, potrebbe spiegare l’identificazione. In questa tradizione, che certamente non aveva meno autorità di quella scritta, era annoverata la storia di Abramo, che gli Ebrei si tramandarono di famiglia in famiglia, considerandolo il fondatore della loro stirpe. Quella tradizione non era pura invenzione letteraria, anche se certamente influenzata da elementi alieni; restava un substrato di verità, perché si trattava di una registrazione dei fatti, della realtà.  

Altro elemento è la corrispondenza filologica dei termini “Habiru” ed “Ebreo”, e l’esistenza di dati archeologici che confermano e attestano la presenza degli Habiru nella Mesopotamia meridionale nel II millennio a.C. Abramo, secondo lo studioso inglese, era un Arameo  o un Amorrita, un Habiru insomma, capostipite di un clan dal quale si originò la nazione ebrea, che aveva vissuto a Ur, e da qui era partito verso nord, prima in Siria poi in Palestina, verso il 2000 a.C. L’anacronismo contenuto nella Bibbia è facilmente spiegabile, se si pensa che nel II millennio Ur era una città sumera soggetta al potere della Dinastia elamita di Larsa. Solo verso il 1100 a.C. i Caldei, le genti di Khaldu, fanno la loro comparsa in Mesopotamia e la battezzarono Chaldea. I cronisti ebrei attribuirono alla città il nome che essi conoscevano, a loro contemporaneo e l’anacronismo ha quindi  una valenza positiva: colloca definitivamente la Ur biblica, luogo natale di Abramo,  nel sud della Mesopotamia, che un millennio dopo fu il territorio chiamato storicamente Chaldea.

Woolley non è il solo a pensarla così. C.J. Gadd, studioso e storico inglese, sosteneva che la migrazione di Abramo da Ur ad Haran corrispondeva, “in modo generale e perfino piuttosto lampante”, con lo spostamento di luogo degli Ebrei, così com’era tracciato dai riferimenti contenuti nelle tavolette cuneiformi. Per questo allora potremmo chiederci: “I Sumeri potrebbero essere gli antenati degli Ebrei?”.

(Cristina Mazzalovo)