Lampi di cultura

Iran, Teoria dello Stato

da Nizam al-Mulk, L’ARTE DELLA POLITICA, a cura di M. Pistoso, Luni Editrice, Milano-Trento 1999

Un vero e proprio manuale di amministrazione dello Stato e di suggerimenti sul buon governo, scritto nell’XI secolo per Malikshah, signore dell’immenso impero turco-persiano. Un’opera che rientra a pieno titolo in quella “letteratura di consigli” che godette di ampia fortuna nel mondo islamico e che, qua e là, non mancherà di evocare alcune pagine e pensieri di Machiavelli e Guicciardini. Ne riportiamo alcuni brani nella traduzione curata da Maurizio Pistoso.

Ponderatezza del sovrano negli affari di Stato
Non bisogna essere precipitosi nelle cose; allorché si abbiano notizie tali da mettere in sospetto, si dovrà agire con precauzione per venire a conoscenza dei fatti reali e distinguere il vero dal falso. La precipitazione nel muoversi è tipica dei deboli e non dei forti. Quando due litiganti si presentano davanti al re con una controversia, egli non dovrà far loro capire verso quale parte sia propenso, perché così quello che ha ragione potrebbe intimorirsi e aver paura di parlare, mentre quello che ha torto potrebbe ostentare arroganza e menzogna. Nel Corano è precetto di verità suprema che quando qualcuno afferma qualcosa, non si dovrà dir nulla fino a quando questa cosa sia stata controllata. Non bisogna agire con precipitazione, perché poi si finisce con il rattristarsi e pentirsi dell’azione compiuta. E il rimorso non serve a nulla.

Racconto
Nella città di Herat viveva un dotto famoso. Una volta costui fu presentato da un tale al signore del mondo. Ebbene, il Sultano Martire – che Iddio abbia misericordia di lui – si recò a Herat e lì si trattenne per un certo tempo. ‘Abd al-Rahman Khal viveva nella casa di questo vecchio dotto. Un giorno, durante un trattenimento, ‘Abd al-Rahman disse al sultano:
«Dicono che questo vecchio ha una stanza dove si reca tutte le notti a pregare. Oggi ha aperto la porta di quella stanza e ha visto un’anfora di vino amaro e un volgare idolo di rame. Si vede che quello beve vino tutta la notte e si prostra davanti a quell’idolo, infatti aveva portato con sé l’anfora di vino e l’idolo».
Questo ‘Abd al-Rahman sapeva bene che se avesse riferito la storia al sovrano, questi avrebbe ordinato di mettere a morte immediatamente quell’uomo. Il sovrano mandò un paggio e un altro tale a cercare il vecchio; un’altra persona la mandò da me per dirmi di spedire qualcuno in cerca di quel dotto. Io non sapevo per quale ragione lo facesse chiamare. Poi, nel giro di un’ora, il messaggero ritornò a dirmi di non farlo più cercare da nessuno.

Il giorno seguente chiesi al sultano: «Che motivo c’era ieri per mandare a chiamare quel vecchio studioso per poi lasciar perdere?» Disse: «Causa di tutto è stata l’impudenza di ‘Abd al-Rahman».
Poi mi raccontò tutta la storia e aggiunse che aveva detto allo stesso ‘Abd al-Rahman:
«Nonostante quel che mi hai detto e nonostante tu mi abbia mostrato l’anfora di vino e l’idolo, non ho intenzione di fare nulla fino a quando non sarò certo della verità e del reale stato delle cose. Dammi dunque la mano e giura sulla mia vita che quanto dici è vero o è falso». L’altro rispose: «È falso».

«Miserabile» – rispose allora il sultano – «perché hai calunniato questo vecchio dotto e hai attentato alla sua vita?»
«Ha una bella casa dove sto vivendo anch’io» – rispose ‘Abd al-Rahman – «e se tu lo avessi messo a morte, mi avresti potuto far ereditare la sua casa».
I depositari delle tradizioni religiose hanno detto: la fretta viene da Satana e la riflessione dal Misericordioso, che significa: l’avventatezza viene dal diavolo e la cautela da Dio.
Infatti le opere non compiute si possono portare a termine, ma ciò che è fatto capo ha.

Bozorjmehr avverte: «L’avventatezza viene dalla leggerezza: chi è frettoloso e non trova la calma è sempre pieno di dolori e di rimorsi. Le persone avventate sono sempre disprezzabili agli occhi del mondo. Ho visto parecchie cose impostate giustamente che sono andate a finir male proprio per colpa della precipitazione. La persona frettolosa si fa continuamente dei rimproveri, si pente in ogni momento e continua a domandar scusa; viene biasimato ogni volta ed è costretto a pagare regolarmente per i suoi errori».

Il Principe dei credenti ‘Ali – che Iddio sia soddisfatto di lui – dice: «La precauzione va lodata in qualunque azione tranne che nelle opere di carità».

Il chiedere consiglio negli affari di Stato è prova di buon senso, grande intelligenza e lungimiranza. Ognuno ha qualche cognizione, ciascuno sa qualcosa, qualcuno ne sa di più e qualcun altro di meno. Alcuni possono conoscere alcune cose senza averle mai sperimentate e messe in pratica; altri possiedono la stessa conoscenza, e l’hanno anche sperimentata. Può succedere ad esempio che qualcuno abbia letto nel tal libro di medicina il rimedio di una malattia e sappia a memoria il nome di tutte le specifiche medicine del caso, ma nulla più. Invece un altro conosce tutte queste medicine e ne ha anche sperimentato la cura varie volte. Mai il primo potrà considerarsi allo stesso livello del secondo. Oppure, uno che abbia viaggiato e visto gran parte del mondo, abbia provato il caldo e il freddo, e sia esperto della vita e dei suoi fatti: non lo si potrà certo paragonare a uno che non abbia mai fatto un viaggio, che non sia mai stato in paesi stranieri, che non abbia mai avuto esperienza delle cose e non sia mai trovato in difficoltà. È in questo senso che è stato detto che ci si dovrebbe sempre consigliare con i saggi, gli anziani, e gli esperti delle cose del mondo. Inoltre,  alcuni hanno una sensibilità più acuta e una maggiore capacità di rendersi conto delle cose; altri hanno un’intelligenza meno pronta. I saggi hanno detto: Il consiglio di un uomo costituisce la sua forza; il consiglio di due uomini è come la forza di due uomini, e quello di dieci è come la forza di dieci. Ora, la forza di dieci uomini è comunque superiore a quella di uno, così come il consiglio di dieci è superiore a quello di due o a quello di cinque. Tutti gli uomini sono d’accordo che al mondo non vi sia mai stato mortale più saggio del Profeta nostro Muhammad – su di Lui la pace –. Grazie alla sua saggezza Egli vedeva nel passato e nel futuro: passava in rassegna i cieli e la terra, il paradiso e l’inferno, la tavoletta e la penna, il trono e il seggio, e tutte le cose che in essi si trovano.

Gabriele – su di Lui la pace – lo andava a visitare ogni momento, lo consigliava comunicandogli la rivelazione e informandolo di cose passate e da venire; e nonostante tanta saggezza e tanti miracoli l’Altissimo gli ordinò: «Consultati con gli altri negli affari, o Muhammad». Quando vuoi fare qualche cosa, o ti trovi di fronte a un affare importante, parlane con i tuoi compagni. Persino al Profeta, che pure ne aveva bisogno meno di tutti gli esseri del creato, è stato prescritto di consigliarsi con gli altri e di consultarli.

Pertanto, quando il re si accinge a compiere un lavoro o si trova alle prese con faccende importanti, deve consigliarsi con amici saggi e leali. Che ognuno dica ciò che gli sembra opportuno in proposito: il sovrano confronterà la propria opinione con quella che esprimono gli altri. Ciascuno, ascoltando i discorsi e le opinioni degli altri, contribuirà a definire la soluzione migliore. Si ha una saggia decisione quando tutti sono d’accordo.

Il rifiuto di consultarsi negli affari è sintomo di scarso giudizio. Un uomo che si comporta così è un presuntuoso: come non si può portare a termine nessuna missione senza uomini adatti, così nessuna impresa può aver successo senza consultazioni. Sia gloria a Dio che il signore del mondo – prolunghi Iddio il suo regno – è provvisto di buon giudizio ed assistito da uomini esperti e assennati. Qui è ricordato quanto basta agli scopi di questo nostro libro.

Di come non si debbano dare due incarichi alla stessa persona.
Affidare incarichi a chi non ne ha e non lasciare gente senza mansioni.

Affidare cariche a persone di fede ortodossa e di meriti e non concedere responsabilità di governo a miscredenti ed eretici che van tenuti lontano
In nessuna epoca monarchi illuminati e ministri intelligenti hanno mai affidato due incarichi alla stessa persona, oppure un identico incarico a due persone diverse: cosa questa che faceva prospera l’amministrazione dei loro regni. Quando due incarichi vengono dati alla stessa persona, uno dei due compiti sarà sempre svolto in modo insufficiente e lacunoso: se infatti la persona in questione adempie ad una delle sue mansioni come si deve e la porta a termine a prezzo di fatiche, commetterà errori e manchevolezze nella seconda; se viceversa esegue scrupolosamente il secondo incarico, incorrerà inevitabilmente in errori e manchevolezze nello svolgere il primo. Allora, a guardar bene, ogni persona incaricata di due compiti risulta ugualmente disadatta a svolgerle entrambe le mansioni; ed eccolo allora rimproverato di ogni colpa, e il suo superiore che si lamenterà di lui pieno di malanimo. In conclusione, le cose resteranno sempre a metà. Inoltre, ogniqualvolta uno stesso compito viene affidato a due persone, ciascuna addossa all’altra la propria responsabilità e quel lavoro rimane sempre incompiuto. A questo proposito c’è un proverbio che dice: «Con due padrone la casa rimane da spazzare; con due padroni va in rovina».

Ciascuno dei due pensa sempre: se mi preoccupo di svolgere il lavoro efficacemente e mi adopero perché non si verifichino inconvenienti, il nostro sovrano crederà che tutto ciò sia dovuto alla maestria e all’abilità del mio collega, e non all’accortezza e al dinamismo dei miei sforzi. Allo stesso modo – immancabilmente – si regola anche l’altro. Così, a guardar bene, la faccenda resterà sempre irrisolta; se chi ha dato gli ordini domanda: «Perché non siete stati scrupolosi nel lavoro e avete commesso delle mancanze?», ecco che uno dirà che la colpa è dell’altro accusandolo pretestuosamente; il secondo affermerà che la colpa è tutta del primo e gli addosserà il misfatto. Se invece si va con buon senso al nocciolo della questione, la colpa risulterà non essere di nessuno dei due. La responsabilità è tutta di colui che ha affidato a due persone uno stesso incarico: un sintomo dell’incompetenza del visir e dell’inettitudine del sovrano è il far affidare dalla cancelleria a un singolo funzionario anche due, cinque o sette distretti fiscali; oggi c’è gente totalmente incapace che ricopre otto o dieci cariche diverse e che, se ne saltasse fuori qualche altra, cercherebbe di accaparrarsela anche a costo di dover tirar fuori del denaro per comprarsela: e nessuno che rifletta se persone simili siano poi degne della carica, se abbiano qualità ad essa attinenti, se siano esperte della cancelleria, dell’amministrazione, e nella trattazione degli affari di Stato in genere, se siano cioè in grado di svolgere i molti incarichi che si troverebbero a dover espletare.

E intanto c’è gente meritevole, capace, efficiente ed esperta che viene lasciata in disparte, inutilizzata a casa; e nessuno che abbia il buon senso o il discernimento di domandarsi perché un qualche sconosciuto, incapace e senza arte né parte debba ricoprire tante cariche, mentre vi sono persone rinomate, nobili e fidate che non hanno nessun lavoro e che vengono discriminate ed escluse: e si tratta soprattutto di coloro verso cui questo regno è giustamente debitore per via dei loro utili e meritori servigi. Trovo che questo sia tanto più stupefacente poiché, nei tempi passati, una carica pubblica veniva affidata soltanto a chi fosse un mio fedele correligionario, uomo cioè di provata fede e di nobile origine. E se poi questo personaggio esitava, e non accettava subito la carica, lo si obbligava anche con la forza. In quel modo le entrate non andavano sprecate, gli esattori erano benvoluti e non passavano guai, il sovrano trascorreva un’esistenza sicura e serena dal punto di vista sia fisico che mentale.