Lampi di cultura

Iran, I Sasanidi

da I persiani da Zarathustra a Khomeini di Gerhard Schweizer

da I persiani da Zarathustra a Khomeini di Gerhard Schweizer.

Nell'anno 330 prima di Cristo moriva Dario III, l'ultimo re divino della dinastia achemenide. Morì come molti suoi predecessori, ucciso da soldati corrotti. La morte lo raggiunse nella solitudine del deserto dove si era ritirato con pochi fedelissimi, inseguito dalle truppe a cavallo del vittorioso Alessandro il Grande. Si stava dirigendo dal satrapo di Battria da cui sperava aiuto. Un signore ridotto all'impotenza non ha più amici. Il satrapo stesso lo considerava un personaggio scomodo e la condanna a morte dello sfortunato re divino era praticamente pronunciata.

Con la sua morte venne definitivamente seppellita un'epoca intera. Da quell'anno, il 330 a.C., la Persia non era più il centro del mondo, condannata ormai a svolgere, come un tempo, un ruolo secondario. Per più di cinquecento anni la situazione rimase immutata. I nomi gloriosi di città come Susa, Persepoli, Ecbatana e Babilonia svanirono lentamente dalla coscienza dei popoli; quei centri un tempo fecondi per la loro vita spirituale diventarono città di provincia o addirittura cumuli di rovine dimenticate. Nuove città entrarono sulla scena: Alessandria d'Egitto diventò la capitale della cultura greco-ellenistica, Efeso e Pergamon in Asia minore assursero al rango di metropoli, Atene diventò il centro leggendario del classicismo greco, Roma si espandeva velocemente come centro indiscusso di una potenza mondiale. L'asse di gravitazione del potere e della vita culturale si spostò dall'Asia all'Europa. Nella Persia regnarono per più di un secolo i seleucidi, una dinastia nata da Seleuco, un generale di Alessandro il Grande. Tutte le attenzioni di quei regnanti erano rivolte all'occidente, alla Grecia in particolare.

La Persia rimase ai margini degli avvenimenti mondiali - e ben poco cambiò quando nel 250 a.C. la stirpe iraniana dei parti scacciò i greci dal loro territorio. Gli iraniani erano di nuovo i signori dell'Iran, ma i nuovi dominatori della dinastia degli Arsacidi mantennero il greco come lingua ufficiale, costruirono non pochi dei loro templi in stile greco e nei loro teatri fecero rappresentare i drammi di un Sofocle ed Euripide. I parti furono attratti dalla cultura ellenistica, non da quella antico-persiana che consideravano vecchia e superata, e assunsero così uno stile di vita europeo. Lo storico americano Richard Frye ha senz'altro ragione quando paragona l'ellenizzazione dell'oriente di allora col diffondersi di un modello occidentale nei paesi islamici del giorno d'oggi. I greci e i parti diedero un nuovo volto alle loro capitali, ma lasciarono intatti paesi e piccole città, mai sfiorate dal rinnovamento. Ne conseguì un acutizzarsi dei contrasti tra tradizione e modernità finché si arrivò al momento drammatico in cui, al di fuori delle grandi città, scoppiarono tumulti e sollevazioni contro gli «europei», per un ritorno alle antiche tradizioni. Tutto ciò avvenne attorno al 250 d.C. quando i Parti erano ormai al potere da cinque secoli. Il centro delle ribellioni fu la provincia Parsa, il cuore della Persia. 

Trionfo di Shapur I sugli imperatori romani Filippo l'Arabo e Valeriano

L'uomo che guidò il rovesciamento politico si chiamava Ardaschir. Era principe di Parsa e vassallo dei re parti. La storia si ripete. Il vassallo rifiutò l'obbedienza, vinse i suoi signori ed entrò trionfalmente nella loro residenza imperiale. Erano passati ottocento anni dalla morte di Ciro II: un persiano nato nella sua stessa regione d'origine si apprestava a fondare un grande impero. Ardaschir i si richiamò espressamente alla tradizione dei «gloriosi antenati», i re divini della stirpe achemenide. Ma ancor più: si presentò addirittura come un consanguineo dell'antica famiglia reale, nato da un ramo creduto scomparso. Il popolo gli credette, benché lui non avesse prove da esibire. Si ebbe fiducia in lui perché si voleva uscire dal grigio tunnel del presente per tornare ai «tempi gloriosi» narrati dalle leggende antico-persiane. Ardaschir, dopo la vittoria, diede a tutti un chiaro segnale del suo intento visitando le rovine di Persepoli. Come i suoi antenati fece scolpire un bassorilievo sulla parete rocciosa di Naks-i-Rostam. L'opera, ancora ben conservata, lo raffigura mentre riceve il diadema imperiale dal dio Ahura Mazdah.

Il suo obiettivo era riportare la Persia alle tradizioni antico-iraniane. Di conseguenza il greco, lingua ufficiale e di corte, doveva essere soppiantato da un altro idioma: la scelta cadde sul pahlevi, un dialetto che nel corso di mezzo millennio si era notevolmente evoluto dopo essere stato lingua di corte degli achemenidi. Era diventato molto simile all'idioma popolare dei parti. Questo pahlevi verrà più tardi definito dai linguisti «medio persiano» per distinguerlo dal persiano antico. Il titolo tradizionale del sovrano «re dei re» suonava in pahlevi schah-in schah e in questa denominazione si è conservato fino ai nostri giorni.

Ardaschir si reputava un novello Ciro investito della missione di riportare la Persia all'antica grandezza di «centro delì mondo». Non pago della vittoria sui parti volle estendere il suo dominio fino al Mediterraneo e in India. A un certo punto sembrò che lui e in seguito il suo ambizioso successore Schapur I fossero sul punto di realizzare il grandioso progetto. Le truppe persiane conquistarono l'Irak, attraversarono il territorio dell'odierno Afghanistan raggiungendo la valle dell'Indo. A occidente i persiani osarono dichiarare guerra all'impero romano e pretesero dai loro avversari le province di Siria ed Egitto. Schapur riuscì a trionfare facendo prigioniero nel 260 d.C. l'imperatore romano Valeriano e trascinandolo in Persia in catene. Non era cosa da poco catturare l'imperatore di un regno universale. Roma non aveva mai subito un tale smacco. Schapur tenne con sé l'illustre prigioniero fino alla fine dei suoi giorni, trattandolo come uno schiavo; ogni volta che il re persiano saliva a cavallo, l'ex imperatore romano doveva stendersi a terra e Schapur saliva sulla sua schiena come su uno sgabello. Non c'era mezzo più palese per dimostrare che il nuovo impero persiano voleva soppiantare la potenza di Roma. L'imperatore si autodefiniva esplicitamente «re dei re dell'Iran e del resto del mondo». In ogni caso non riuscì a conseguire il suo ultimo obiettivo, non arrivò cioè al Mediterraneo. La Siria e l'Egitto rimasero province di Roma. Pur tuttavia Schapur regnò su un territorio che andava dai confini dell'Anatolia oltre l'Irak fino in India.

L'investitura di Cosroe II sul fondo della grotta di Taq-i Bustan

Persia era diventata la seconda potenza dopo Roma, non più una regione di secondaria importanza, ma al centro degli avvenimenti mondiali. Questo stato di cose non mutò per tutta la durata della nuova dinastia, un periodo di tempo quasi doppio della reggenza degli achemenidi. Sul fronte della cultura i risultati furono non inferiori a quelli raggiunti dal glorioso modello ideale del passato. Otto secoli dopo Ciro II, cinque secoli e mezzo dopo l'uccisione di Dario III, i persiani vivevano i fasti della loro seconda civiltà. Termini quali Iran e Persia diventarono sinonimi, simboleggiando così un'identità omogenea. Da allora fino ad oggi sono portatori dello stesso significato.

La nuova dinastia prese il nome dal padre di Ardaschir: Sassan. I Sassanidi diedero alla Persia l'impronta delle antiche tradizioni riformulandole creativamente e trasmettendone poi il patrimonio all'Islam. I nuovi re dei re non trovarono dimora nelle residenze tradizionali degli achemenidi, né a Susa, né a Persepoli né a Ecbatana. Scelsero invece la sede governativa dei Parti: Ctesifonte.
La città era posta sulla riva sinistra del Tigri, duecento chilometri circa da Babilonia. Era d'origine relativamente recente, fondata dai parti quattro secoli prima e, nel corso dei primi tre secoli della sua storia, aveva sopravanzato per importanza le antiche metropoli della Persia, anche la leggendaria Babilonia. Furono però i Sassanidi a fare di Ctesifonte una metropoli di rango intemazionale, tanto che nelle sue strade si incontravano stranieri di ogni nazionalità conosciuta allora: oltre ai persiani e agli iracheni c'erano siriani, egiziani, africani, arabi, romani, greci, ebrei, indiani e anche qualche cinese. Come un tempo Babilonia e Susa, Ctesifonte diventò un luogo di incontro e di fusione delle più diverse culture. Nel suo periodo di massimo splendore la città verdeggiante di palme sulla riva del Tigri contava oltre mezzo milione di abitanti.

Oggi noi siamo in grado di farci solo un'immagine approssimativa di quella che era l'urbe. Di tutti i suoi fasti sono rimaste a testimonianza solo le rovine del palazzo imperiale: un'imponente facciata consunta dalle intemperie, un tempo ricoperta di piastrelle in ceramica colorata, e un unico arco centrale di grosse dimensioni che sosteneva, assieme ad altri dello stesso tipo, la sala del trono. Parte della città venne distrutta dalle guerre e ciò che i nemici risparmiarono fu corroso dal vento del deserto, caldo e sferzante, che ebbe gioco facile a distruggere i mattoni porosi d'argilla degli edifici. Da storici islamici sappiamo quanto la città fu ammirata e come servì da modello agli ingegneri persiani delle epoche seguenti. Ctesifonte era disposta a pianta circolare sul modello delle città dell'Iran orientale; le mura esterne di templi, palazzi e accademie erano ricoperte da mattonelle in ceramica azzurra e verde, come a Susa e Babilonia. Molte costruzioni mostravano a mo' di tetto cupole possenti. Questo particolare architettonico dovette senz'altro stupire gli stranieri dato che né greci, né romani né altri popoli conoscevano a quel tempo l'arte di costruire le cupole. I primi edifici a cupola erano sorti a Susa, la capitale degli elamei, attorno all'anno 2200 a.C. Gli achemenidi avevano poi ripreso quello stile ma soltanto i Sassanidi riuscirono a realizzare, sull'antico modello, delle cupole a volta libera di dimensioni enormi. Da Ctesifonte, la volta libera si diffonderà sia ad oriente che a occidente, per moschee e chiese cristiane.

Noi sappiamo anche come la gente vestiva nella pulsante metropoli e in altri grandi centri persiani. Allo storico bizantino Ammian, che visitò più volte le province centrali del regno dei Sassanidi, dobbiamo le minuziose descrizioni sull'abbigliamento: uomini e donne portavano pantaloni molto ampi, gonfi ai fianchi, e gli uomini il turbante. La moda è d'origine persiana, o meglio, iranica. Già i medi avevano introdotto l'uso dei calzoni, anche se attillati, e i pantaloni gonfi ai fianchi erano conosciuti ai tempi di Dario e di Serse per lo meno dagli abitanti del deserto, come deduciamo dai bassorilievi di Persepoli; ora però, col clima caldo afoso dell'Irak, l'abbigliamento leggero e arioso era diventato di moda anche per la gente di città. Il turbante lo conosciamo dai bassorilievi di Persepoli, ma solo durante il regno dei sassanidi entrò nell'uso comune.

La nuova dinastia fece moda anche per un altro capo di vestiario. I soldati portavano elmi in ferro e una corazza sul petto sotto la quale c'era una camicia in maglie di ferro. Si trattava di un'armatura leggera che proteggeva bene il collo e le braccia soprattutto dai colpi di spada e dalle frecce, senza per altro limitare oltre misura le capacità di movimento. Questo tipo di armatura fu ripreso dagli arabi che conquistarono la Persia e si impose nei secoli seguenti fin nella Spagna dei mori. La camicia di ferro soprattutto affascinò i popoli combattenti oltre i confini islamici e ben presto anche i cavalieri dell'occidente cristiano se ne appropriarono. La maglia di ferro diventò il loro inconfondibile schermo protettivo e molti di noi la reputano ancora un'invenzione del medioevo europeo - in realtà è d'origine persiana.

Ardaschir I e Schapur I sono gli artefici di una rinascita dell'Iran in epoca sassanide che raggiungerà il suo apice due secoli dopo, sotto Chosru i e Chosru II. Chosru I soprattutto, che regnò dal 531 al 571, avrà un'importanza storica memorabile, ricordato da amici e nemici più di ogni altro sassanide. I greci lo conoscevano col nome Chosroes, gli arabi lo chiamavano Kisra. Come nel caso di Dario, gli furono assegnati diversi epiteti come «il leggendario», «il munifico committente»; i persiani lo nominavano addirittura «anima immortale». La sua fama non era ingiustificata: egli diede allo stato sassanide quell'impronta che servirà da modello per tutto il millennio seguente, anche per l'epoca islamica, sia nel bene che nel male. Chosru I era una personalità spiccata e contraddittoria, in lui erano congiunti le migliori virtù e i peggiori vizi del tempo. Era un abilissimo amministratore e giurista, un valente generale, un committente edile di inesauribile fantasia, un esteta raffinato e un erudito di ampie vedute — ma era anche un despota ambizioso e senza scrupoli che in guerra faceva massacrare i vinti senza pietà e in pace perseguiva anche il più timido accenno di opposizione dei suoi sudditi con pene crudelissime.

La sua carriera iniziò con accenti foschi. Ancora principe di corona fu incaricato dal padre, Schah Kavadh, a combattere il rivoluzionario e profeta Mzdak e i suoi seguaci. Già abbiamo visto come fini la cosa: Chosru fece massacrare a migliaia i contadini ribelli e distrusse i loro villaggi. Ancor prima di salire sul trono si era guadagnato la fama di despota brutale. Ma giunto al potere promulgò una nuova legislazione fiscale ispirata a un trattamento più equo nei confronti dei contadini, e che per lo meno alleviò gli stenti indicibili delle popolazioni rurali. Fece poi costruire dighe, ponti e strade in tutto l'impero, nuovi territori furono resi coltivabili e il commercio venne incrementato in maniera considerevole. Anche la struttura del potere dello stato subì trasformazioni profonde: tolse ogni privilegio alla nobiltà feudale e favorì l'ascesa al potere di una classe di funzionari statali d'origine borghese; inoltre sciolse l'esercito mercenario e lo sostituì con militari di professione alle dipendenze esclusive del Grande Re. Le sue misure riformatrici furono in seguito riprese dai dominatori islamici. Ma il merito indiscusso che supera ogni altro resta senza dubbio il suo convinto e geniale sostegno mecenate alla cultura. Chosru chiamò alla corte di Ctesifonte filosofi, eruditi e medici da ogni regione dell'impero, offrendo ospitalità anche agli stranieri. Ben presto si raccolsero al suo fianco oltre a illustri persiani anche greci, romani, indiani e cinesi, uomini di culture e religioni diversissime. Chosru li invitò a discutere, ascoltò attentamente i loro fondamenti teorici e dottrinari benché fossero massimamente disomogenei tra loro e premiò gli eruditi offrendo cattedre di insegnamento ben retribuite nelle accademie. I candidati alla docenza furono scelti soprattutto in base al loro rigore scientifico, ignorando pregiudizi di ordine religioso sia che fossero cristiani, ebrei, induisti buddisti, fedeli alla religione greco pagana o addirittura atei. A lui premeva soltanto che non si esprimessero in maniera critica nei suoi confronti o rispetto alla chiesa ufficiale zoroastriana. In nessun'altra corte al mondo regnava tanta tolleranza nei confronti di fedeli di altre religioni.

C'è un episodio sintomatico che ci riferisce il giurista greco Agathias. Filosofi ateniesi di rango arrivarono un giorno a Ctesifonte e chiesero asilo perché la patria li aveva scacciati. Per loro, giudicati ormai sprezzantemente «pagani», non c'era più posto nell'impero di Roma diventato cristiano. L'imperatore Giustiniano in persona aveva ordinato la chiusura delle loro accademie e la rimozione dalle biblioteche delle opere di Platone, Aristotele ed altri. I filosofi emigrati portarono nell'impero dei Sassanidi i testi messi al bando, che poi vennero studiati e approvati dai dotti del re persiano. Chosru diede ordine che le opere di Platone e Aristotele venissero gelosamente custodite nelle biblioteche e le fece anche tradurre in persiano. Fu una saggia decisione! I classici della filosofia greca vennero salvati dalla furia devastatrice dei cristiani fanatici che volevano distruggere ogni traccia di «paganesimo» dall'impero romano. La conservazione di quei testi fu garantita in primo luogo dalle biblioteche dell'impero persiano.

Ctesifonte diventò il centro di una cultura intemazionale come nessun'altra città del tempo. Nelle accademie della città si era raccolto il fior fiore del sapere e vi si leggevano allo stesso modo traduzioni di opere europee, asiatiche, indiane come pure cinesi. Ctesifonte abbondava anche di beni commerciali. Non dev'essere un caso che il cosiddetto «gioco del re», conosciuto da tempo in India, arrivasse proprio allora in Persia; secoli dopo sarebbe stato introdotto anche in Europa sotto la denominazione di schach ( re, da noi gioco dello scacco). E dalla Cina i commercianti esportarono a Ctesifonte la seta, fino ad allora sconosciuta in quella porzione di Asia.

Esistono anche aspetti discutibili nell'attività regnante dei re Sassanidi. Essi ricalcarono il modello assolutistico degli achemenidi e si proclamarono «re divini». In realtà superarono anche il limite raggiunto dagli illustri predecessori assumendo titoli altisonanti e inusuali come: «Re dei re, compagno delle stelle, fratello del Sole e della Luna». Sulle monete fecero imprimere sotto la loro effigie la scritta «dal seme degli dei». Ancor più che al tempo della dinastia achemenide mantennero una distanza incolmabile tra loro e i sudditi, scoraggiando ad esempio anche le udienze dei personaggi di alto rango con un gran numero di procedure cerimoniali. Se un tempo i visitatori di basso rango, una volta ammessi all'udienza imperiale dai dignitari di corte, dovevano stendersi sul ventre, ora, per salutare l'imperatore dovevano usare la formula seguente: «Siate immortale, o signore, il primo tra tutti gli uomini». Prima l'imperatore, ben celato da tendaggi, era visibile dai sudditi solo in sembianze confuse, ora portava anche una corona così grossa e pesante da dover essere sospesa in maniera impercettibile con sottilissimi fili dorati sopra il suo capo. Il re divino sedeva immobile nei suoi vestiti tempestati di pietre preziose, immobile quasi come una statua, doveva sembrare un idolo vivente senza più alcuna sembianza terrena. Chi parlava con lui doveva coprirsi la bocca con un fazzoletto per non profanare il sovrano col suo alito volgare. Quando l'imperatore si metteva in viaggio, sette cammelli trasportavano il suo trono, su cento cammelli seguiva la sua servitù e la guardia del corpo su mille cavalli. Viveva in un lusso inimmaginabile che però aveva una sua giustificazione d'essere, proprio come sotto i sovrani achemenidi. Doveva infatti non solo intimidire i sudditi, ma anche mostrare la forza del re divino al cospetto di ambasciatori stranieri, commercianti e funzionari di rango provenienti dall'Europa e dal lontano oriente.