Lampi di cultura

Cina, Gansu, Labrang

Decine di fedeli. Con rami di pino o di abete, burro, gemme preziose, vestiti colorati e tibetani. L’incontro con una umanità serena e incredibilmente lontana dalla Cina che ha ormai eletto in Labrang la propria principale meta di pellegrinaggio: più di Lhasa i cui drammatici risvolti politici ne hanno provocato un’inarrestabile decadenza. Là, a Lhasa, templi e arte quasi senza monaci e folle. Qui il pulsare di un luogo di culto che sta rapidamente recuperando i quasi 10.000 monaci che vi erano testimoniati alla vigilia dell’inizio della rivoluzione culturale. Una visita che mozza il fiato e induce e rivedere certe analisi, ineluttabilmente pessimistiche, sul Tibet e la sua possibilità di sopravvivere nel grande mare cinese.

Situato a 2400 m.slm é probabilimente uno dei monasteri tibetani piú importanti e frequentati di tutta la Cina. La sua fondazione risale al lama Jamyang Shepa (1648-1721). Come tutti i ragazzi tibetani anche Jamyang Shepa entró da giovane in monastero. Dopo il periodo di noviziato si recó a Lhasa per approfondire lo studio dei testi sacri. Per oltre sessanta anni il suo luogo di meditazione e di preghiera fu nel monastero tibetano di Drepung, dove divenne allievo dell'importante e potentissimo V  Dala Lama (1617-1682). In questa fase della sua vita l'opera di Jamyang Shepa é rivolta interamente alla meditazione e allo studio. Nel 1709, forte dell'appoggio dei Mongoli che avevano devastato e incendiato i monasteri della scuola rivale dei Berretti Rossi, Jamyang Shepa ritornó nella provincia natale e diede inzio alla fondazione del monastero di Labrang nello stesso villaggio dove era nato. Alla sua morte le sue reincarnazioni proseguirono l'opera di ingrandimento del monastero che proseguí ininterrotta fino al 1947, anno della morte della sua quinta reincarnazione. L'opera degli abati non si esaurí, comunque, nell'ingrandimento del tempio ma procedette soprattutto nella raccolta e pubblicazione di importanti testi di natura filosofica e religiosa. Alla vigilia dell'occupazione cinese il monastero di Labrang aveva fama di essere il piú colto del Tibet, con una biblioteca specializzata di oltre 20.000 volumi.

Il monastero, ispirato alle regole della scuola Gelugpa (berretti gialli) ospita sei differenti collegi. Quello di filosofia, il piú importante, sarebbe stato fondato dallo stesso Jamyang Shepa e nel corso dei secoli avrebbe portato alla "laurea" non meno di tremila monaci. Il corso degli studi prevedeva la conoscenza approfondita della regola monastica (Vinaya), della Dottrina profonda (Abhidharma), della logica, della Filosofia dell'Opinione di Mezzo (Madhyamika) e l'insegnamento della Perfetta Saggezza (Prajnaparamita). Per accedere alla qualifica di maestro l'intero cursus prevedeva una ventina di anni. Gli altri collegi, di importanza decisamente inferiore, era dedicati alla pratica mistica e rituale tantrica. Altri collegi erano specializzati in medicina e nello studio dell'astrologia e del calendario.

Labrang fu una delle mete che soffrí maggiormente la Rivoluzione Culturale lanciata alla fine degli anni '60 dal presidente Mao Zedong. Difficile accertare se veramente il monastero contasse quasi diecimila monaci prima della rivoluzione e se veramente, come viene dichiarato, la ripresa post-rivoluzionaria stia portanto rapidamente il monastero allo splendore del passato. Oggi il monastero verrebbe accreditato di quasi 3000 monaci, sebbene l'impressione é che siano solo poche centinaia. E' invece indubbio che col trascorrere del tempo, e confermandosi la politica di tolleranza delle autoritá cinesi in Gansu, il monastero sta riprendendo l'importanza di un tempo. Attorno al monastero, vera e propria cittadina, cresce ininterrottamente un villaggio destinato a ospitare le migliaia di pellegrini tibetani e gli ormai numerosi turisti occidentali e cinesi.  

Numerosi incendi, anche in epoca recentissima, hanno contribuito a ridisegnare l'insieme monastico che é attraversato da una vitalissima e inarrestabile tendenza all'ampliamento e al rimodernamento. Se questo puó indurre a dispiacere gli amanti dell'arte é invece testimonianza apprezzabilissima della rinnovata vitalitá del luogo.

A una decina di chilometri oltre il monastero, proseguendo per la strada sterrata che pare condurre al nulla, si accede a un altopiano palustre limitato all'orizzonte da montagne innevate. Puó accadere di vedere aironi, aquile, anatre mandarine. In ogni caso un paesaggio di rara bellezza e di enorme suggestione attraversato da rari cavalieri tibetani.