Corsi in diretta Lezioni Audioviaggi
Lampi di cultura

Etruria, Immagine nell'antichità

Gli autori antichi non parlano molto dell'arte etrusca; parlano spesso degli Etruschi, ma preferiscono trattare la questione delle origini. Questo perché in generale non è facile trovare nella letteratura antica riflessioni critiche sull'arte figurativa: dallo stesso Plinio, che pur costituisce il punto di riferimento essenziale nel tentativo di ricostruire le vedute critiche degli antichi sulla storia dell'arte, si ricavano moltissimi dati, ma valutazioni propriamente critiche che ci aiutino a capire come gli antichi leggessero lo stile sono relativamente rare e piuttosto disorganiche.  

Un passo di Varrone, citato da Plinio il Vecchio, ci parla della scultura fittile (cioè in terracotta) in Etruria: “Sempre Varrone asserisce che assai perfetta fu quest'arte indigena - cioè la statuaria fittile - dell'Italia e specialmente dell'Etruria. Vulca fu fatto venire a Roma da Veio, perché con lui Tarquinio Prisco volle contrattare il simulacro di Giove da dedicarsi in Campidoglio. Esso era d'argilla […]; eran pure di argilla nel fastigio di quel tempio le quadrighe […]; Vulca fece anche l'Ercole, che anche oggi per la materia onde è fatto mantiene in Roma il nome di ‘fittile’; per quel tempo infatti queste effigi di dei erano ricchissime, e noi non ci vergogniamo di coloro che li onorarono effigiati in questa forma dal momento che non lavoravano né oro né argento neanche per gli dei.” Questo è un passo famoso sia perché ci dà l'unico nome di artista etrusco che ci sia pervenuto dalla tradizione antica, il famoso scultore veiente Vulca, sia perché mette in evidenza come la scultura in terracotta, che potrebbe apparire ‘povera’, in realtà nel contesto etrusco fosse preferita e fosse quella che si riteneva perfettamente degna anche delle divinità.   

Accanto alla statuaria fittile i Romani attribuivano a particolare abilità etrusca i bronzetti, almeno così sembra possibile tradurre l’espressione di Orazio “Tyrrhena sigilla”; si considerava dunque campo privilegiato dell’arte etrusca la plastica, sia quella fittile sia quella bronzea.

Qualcosa di diverso troviamo in Strabone: “I muri dei templi egizi presentano grandi raffigurazioni a bassorilievo; assai simili a quelle etrusche e a quelle greco-arcaiche”. Affermazione che lascerebbe perplessi se non ci facesse pensare che Strabone avesse in mente un periodo ben preciso dell’arte etrusca, nel confrontare il bassorilievo egizio con quello etrusco, cioè il momento dell’arcaismo. D’altra parte l’idea che la ‘vera’ arte etrusca sia quella arcaica, mentre più tardi si sarebbe fatta ‘contaminare’ da influssi greci del periodo ellenistico, è idea che rispunta ancora nei testi critici moderni.

Uno dei passi più interessanti si trova invece in Quintiliano, che nella sua Institutio oratoria fa una particolare osservazione sull’arte etrusca, mentre sta discutendo di retorica e oratoria: “L'orazione come risultato della retorica e dell'opera dell'oratore ci si presenta, come dimostrerò, in molteplici aspetti e in tutti questi convivono l'arte e l'artista che presentano comunque differenze fra loro e non solo nell'aspetto formale, come accade per una statua che è diversa da un'altra […], ma anche nello stile, come accade per le statue greche a confronto con quelle etrusche o per l'eloquenza attica a confronto con quella asianica.” Secondo Quintiliano, allora, la stessa differenza che c'è in oratoria tra lo stile atticistico e quello asianico, l'uno più asciutto l'altro più barocco ed elaborato, è quella che intercorre fra la scultura greca e quella etrusca. Ancora una volta il punto di vista privilegiato è quello della scultura - nessuno sembra occuparsi mai della pittura etrusca -, e si mette in evidenza un'opposizione radicale, profonda, tra il linguaggio della scultura greca e il linguaggio della scultura tuscanica.

ELENA SMOQUINA