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Etruria, Immagine nel Rinascimento

L’interesse di Leon Battista Alberti verso il mondo etrusco si concentra sull'architettura, e lo spinge a seguire i canoni tuscanici di Vitruvio anche quando si candida, nel 1470, al progetto della Chiesa di Sant'Andrea a Mantova: al Gonzaga scrive che il suo progetto di chiesa è un progetto etrusco (in realtà solo nei rapporti proporzionali).
Nel De re aedificatoria ricorrono in più passi riferimenti agli Etruschi come maestri di architettura; apprezzando le mura di città superstiti in Toscana e in Umbria, le considera quasi tutte etrusche perché “offrono allo sguardo un certo sentore di arcaica e severa durezza che conferisce bellezza alla città”.

Ma il monumento etrusco che colpì maggiormente la fantasia di architetti e pittori fu la favolosa tomba di Porsenna, il re di Chiusi che, secondo Varrone e Plinio il Vecchio, si fece seppellire “sotto la città di Chiusi, là dove aveva fatto costruire un monumento quadrato con pietre squadrate, di trecento piedi di lato e alto cinquanta. Entro questa base quadrata c'è un labirinto inestricabile tale che se uno vi entri senza un gomitolo di filo non può trovare l'uscita”. Anche Alberti è colpito da questa descrizione e vede nel labirinto di Porsenna l'immagine più rappresentativa di questa capacità degli Etruschi di inventare.   

Fu però Vasari il primo a guardare con acume alla scultura etrusca, facilitato in questo dalla conoscenza delle grandi scoperte del ‘500: l’Arringatore, rinvenuto presso il lago Trasimeno nel 1556, ma soprattutto, nel 1553, la Chimera di Arezzo, bronzi che andranno poi a costituire il vanto maggiore della collezione dei Medici. Ancor prima di queste scoperte Vasari conosceva molto bene le ceramiche di Arezzo (per la verità anche di epoca romana): nelle Vite riferisce che suo nonno, che faceva il vasaio, era riuscito a riprodurre “i modi del colore e rosso e nero de' vasi di terra che fino al tempo del Re Porsenna i vecchi Aretini lavorarono”. Del rinvenimento della Chimera, il 15 novembre del '53, il Vasari fu testimone, e non ha dubbi sulla etruschità della scultura, di cui percepisce con molta lucidità quella che gli pareva una profonda estraneità nei confronti della scultura classica. In Vasari questa scoperta consolida la convinzione dell'antichità e del prestigio dell'arte toscana; di fronte alla Chimera, cioè, egli si convince della radicale diversità della scultura etrusca rispetto a quella greco-romana.

Questa sua opinione, espressa proprio nel momento in cui si formavano le collezioni medicee, ottiene anche un valore ideologico di propaganda molto forte: la dinastia dei Medici si impadronisce di questa rappresentazione mitica degli antenati etruschi, facendone uno slogan anche politico. Nell’opera dello scozzese Thomas Dempster intitolata De Aetruria regali, “l'Etruria dei re”, composta agli inizi del '600, tutta quella che l'autore riteneva potesse essere la storia degli Etruschi veniva utilizzata strumentalmente al fine dell'esaltazione dei Granduchi. Questo mito, questa rappresentazione della Toscana etrusca, avrà una sua forza, una sua persistenza, al di fuori della propaganda politica, anche nella riflessione critica degli storici dell'arte.

ELENA SMOQUINA